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Fabio Volo ha presentato il suo nuovo libro a Brescia

15:31 mercoledì, 10 novembre 2021

Latteria Molloy e Sottovuoto, gli organizzatori, hanno dovuto farsi «prestare» l’Auditorium Santa Giulia da Fondazione Brescia Musei, affinché Fabio Volo potesse avere uno spazio adeguatamente grande. L’occasione, ieri sera, era la presentazione del suo ultimo romanzo, «Una vita nuova» (Mondadori).

«Qua dietro c’è una roba incredibile» ha esordito lo scrittore, attore e speaker radiofonico bresciano, riferendosi al Coro delle Monache in cui ha scattato qualche foto prima della presentazione (incontrando a sorpresa anche la mamma, venuta ad ascoltarlo). A quanto pare non era mai stato prima in Santa Giulia e ad accompagnarlo nel dietro le quinte ci ha pensato la vicesindaca Laura Castelletti.

Stefano Malosso, giornalista, ha invece condotto la conversazione sul palco, ricordando subito che oltre al libro c’è anche un film in uscita («Per tutta la vita», con Ambra): «Sei poliedrico e “Una vita nuova” è un condensato del tuo percorso» è stato il ritratto di Malosso, prima di ripercorrere un po’ la carriera letteraria di Volo, il cui primo romanzo nacque dopo un incidente in Vespa. Ma stavolta qual è la genesi?

Per Volo l’origine è sempre la passione per la lettura: «Io leggevo molto, più dei miei amici che studiavano, perché dopo la scuola non ne avevano voglia. Dopo aver divorato libri ho cominciato a scrivere pensieri. Quell’incidente in moto mi portò alla decisione di raccogliere gli appunti per farne una storia unica. Dopo il successo del primo libro, Mondadori me ne chiese altri e ne feci così un mestiere».

Quando si siede a scriverli, tuttavia, non sente la tranquillità dell’esperienza. Per Fabio Volo ogni libro è come se fosse il primo. E non si sente né scrittore né attore: «Non sono legato ai ruoli». «Parte di questo romanzo l’ha scritta mio padre» ha quindi svelato, intendendo la mole di spunti presi proprio da questa figura. Per quanto romanzo di finzione, «Una vita nuova» ha una forte voce vicina alla biografia di Fabio Volo, che ha abituato i lettori a inserire molto di sé: «I sentimenti sono sempre miei, poi la storia la invento. I tre personaggi di questo libro sono un po’ dei topoi sulle tre fasi dell’essere umano: il dongiovanni (Andrea), l’uomo che non sceglie mai per la paura di perdersi qualcosa (Paolo) e quello più spirituale (il fratello). Io mi ci ritrovo in tutti e tre».

L’età protagonista di questo nuovo lavoro sono i quarantacinque, cinquant’anni, e Fabio Volo vuole suscitare una domanda: «È questa la vita che volevo? Che voglio continuare a condurre? Oppure ho bisogno di uscire dalle abitudini che, come i ruoli, hanno la capacità di alleggerire dalle domande?». Naturale, forse, arrivare a parlare di questo: il suo primo romanzo, «Esco a fare due passi», ha compiuto vent’anni e Fabio Volo si è fatto più maturo.

Oltre all’età, protagonista è il viaggio: Autogrill, centri yoga, luoghi da scoprire. Malosso ci ha trovato un po’ di beat generation e Fabio Volo ha concordato: «Il viaggio mi è sempre piaciuto proprio fisicamente. E poi la letteratura è piena di viaggi, dall’Odissea alla Divina Commedia, che peraltro comprai al Libraccio dopo averla chiesta come regalo a mia mamma, anche se non se lo ricorda. Il mio passaggio preferito, infatti, è proprio l’Ulisse». La sua potenza? Raccontare di Odisseo «parlando anche di Fabio Volo panettiere in viale Venezia». Perché, come per Ulisse, per lo scrittore l’amore per la famiglia era immenso, ma non in grado di tenerlo fermo (anche se a Brescia torna settimana sì e settimana no).

L’ha svelato prima di recitare su due piedi un verso della Commedia e prima di abbracciare un fan veronese che stava per perdere il treno (rimediando però un passaggio da un altro fan in platea, grazie ad un Fabio Volo nei panni di sponsor del car pooling).

E il titolo da dove viene? Da Battiato, ma non solo. «La citazione è dantesca, l’ho presa dal mio collega», ha scherzato Volo. «Il libro parla proprio di un cambiamento di vita, come quelli che decidono di vendere tutto per aprire un chiringuito, per andare “nel mut” a fare il formaggio, per andare a vivere a Flero... Ma non basta: non è che fuori dalla città si risolve tutto. Bisogna cambiare l’atteggiamento nei confronti della vita e degli altri».