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Graffiti: forza creativa in città, altro che estetica del carino

17:30 martedì, 16 novembre 2021

C’è un manoscritto gotico vergato sui muri delle nostre città e sui treni che sfrecciano da un capo all’altro dello Stivale. Caratteri all’apparenza illeggibili. Segni ostici bollati come brutture. Eppure quegli scarabocchi hanno regole, forme, struttura. Per capirli servono occhi allenati e - come per gli incunaboli - una chiave d’interpretazione. A fornirla è il ricercatore Alessandro Mininno che, per i tipi della casa editrice veneziana «bruno», pubblica «Graffiti Writing in Italy 1989- 2021», riedizione del fortunato saggio uscito nel 2008 per Mondadori Illustrati. Il libro, in uscita il 15 novembre, è prodotto dall'agenzia bresciana Gummy Industries.

Da dove nasce la necessità di un aggiornamento tredici anni dopo?

Le persone continuavano a chiedermi se fossero ancora disponibili copie del libro. Perché effettivamente, da allora, non sono usciti altri volumi divulgativi su questo argomento in Italia. Una cosa bella e rassicurante è che nei graffiti non è cambiato niente: l’idea di scegliere un nome e scriverlo in maniera sempre più pervasiva in città è rimasta identica a quasi 50 anni di distanza. Ho però aggiunto un capitolo su Instagram, che è l’unica cosa rilevante successa negli ultimi dieci anni al writing.

Come definiresti il writing in poche parole?

La gente tende a confonderlo con le scritte sui muri, col «forza Brescia» o «Francesca ti amo». In realtà ciò di cui si parla in questo libro è una sottocultura in cui dei ragazzi scelgono un nome di fantasia, la tag, e lo scrivono il più volte possibile, con lo stile più bello possibile e nei posti più inaccessibili. Gli scarabocchi che danno tanto fastidio sono quindi i nomi dei writers che cercano di essere presenti in tutta la città più degli altri. In questo sistema non c’è quasi nulla di artistico: ovviamente sono molto attenti allo stile come effetto collaterale, ma il senso principale è la competizione. Il writing è molto più vicino ad uno sport estremo che ad un'arte.

Questa ripetizione del nome è espressione di puro egocentrismo, tensione verso la notorietà o risponde ad un istinto primordiale?

Tutte e tre le cose. Sicuramente egocentrismo e tensione verso una notorità autorefereziale, che si coltiva però nell’ambiente dei writers e non nei confronti del grande pubblico. Quanto all’istinto primordiale, è indubbio: se andassi alla scuola elementare e dessi 50 spray ai ragazzini tutti scriverebbero il loro nome. Non a caso la prima cosa che ti insegnano a scrivere è proprio il tuo nome.

Interessante il paragone fra quelli che potrebbero sembrare scarabocchi e un manoscritto gotico. Ce lo spieghi?

Quando tu apri una cinquecentina o un incunabolo non riesci a decifrare quello che c’è scritto. Perché non sai leggere quel font, non riesci ad interpretare le legature. Ma nel momento in cui impari le lettere di colpo quella texture diventa un insieme di parole. Quindi se impari a leggere le tag di colpo la città diventa un libro.