15:27 martedì, 03 marzo 2026
Sul palco si sono esibiti tutti e 30 i big, presentati da Carlo Conti, Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti: i commenti dell’inviato.
Scavallata la serata delle cover e dei duetti – vinta da Ditonellapiaga con TonyPitony – è arrivata l’ora della finale del 76esimo Festival di Sanremo. Il bresciano Francesco Renga si èesibito per primo con il suo brano «Il meglio di me»; l’ultimo a cantare è stato invece Eddie Brock, con «Avvoltoi».
Tre serate a orari tra il tardo e l’improponibile, per l’ultima serata il bresciano ottiene l’onore di iniziare per primo. E di chiudere prima di tutti il proprio Festival, almeno in fatto di performance. Serio e concentrato, si concede una piccola passeggiata verso la platea. Altra buona performance.
La sua canzone e la chitarra (forse l’unica vera chitarra elettrica del Festival) sono i momenti migliori del Festival del giovane cantautore. Che non ha brillato in sala stampa e nella serata delle cover e dei duetti.
Esibizione emozionata ed emozionante. Lo si sarebbe aspettato al Festival con una canzone più arrembante. Invece «Ora e per sempre» è sinfonica, e anche un po’ citazionistica, in alcuni passaggi melodici. Forse passerà un po’ così…
«Resta con me» resta un buon ritornello potente e pop. Potevano essere una quota più fuori dagli schemi, ma la canzone è sanremese, anche e soprattutto per la presenza massiccia dell’orchestra.
Brano non trascendentale tanto nelle soluzioni melodiche quanto nel testo, forse un po’ scontato. Si parla di cuori spaccati a metà, ma le orecchie restano intatte. Il cantante lancia un messaggio di pace, dopo l’esibizione.
Funk elegante per uno dei brani migliori della rassegna. Riporta a una qualche discoteca degli Anni Settanta. e può farsi strada verso la bella stagione. Sia per sonorità, sia per temi.
Mima un riscaldamento di boxe prima di salire sul palco. Ma è un romanticone, come, d’altra parte, l’ex Thegiornalisti canta sul palco. La ballad, considerati anche i co-autori, ha comunque del potenziale. Non abbastanza, probabilmente, per diventare un «new classic».
Altri due bresciani sul palco, nella coreografia country di Alessandro Aleotti. Sono i danzatori saretini
Giuseppe «Pino» Piromalli e la moglie Elena Cottone, protagonisti pure di un flash mob nel corso della giornata, nella cittadina rivierasca. Il brano può anche divertire, ma non graffia quasi mai.
La quota mediterranea nello scalettone di questo Festival, dopo cinque serate, finisce per diluirsi un po’ nella marea di canzoni. Riceve comunque applausi. Si è di certo sentito di peggio.
Tra le favorite per la vittoria finale, sa di giocarsi tanto nella serata che conclude il Festival. Classicheggiante ma, pare, in grado di arrivare anche alle nuove generazioni. Lei è senza dubbio intensa.
L’«Opera» d’arte è più forse la carriera di Nicoletta Strambelli che questa canzone, sulla quale non è certamente perfetta dal punto di vista dell’esecuzione. Diversa – proprio per storia personale – da tutti i cantanti in gara, ha senza dubbio permesso di agganciare una quota di pubblico più «over».
All’ingresso del cantante il pubblico dell’Ariston canta «Rossetto e caffè». Ma anche questo nuovo brano ha le caratteristiche della hit. Una delle poche di questo Festival. Per questa canzone… «per sempre sì». Con tanto di balletto con Mara Venier.
Di questo brano era meglio… «Aserejé», portato nella serata delle cover con Las Ketchup. Ma si fa ascoltare. Quota Festival Amadeus, senza la medesima ispirazione delle cose che giravano all’epoca. Ma colonna sonora dei… festini bilaterali.
In queste ore il brano, di per sé affatto male, assume un significato ancora più grande e profondo. Evocativo, comunque, a prescindere da tutto. «Questa è per tutti i bambini silenziati dalle bombe», saluta il cantautore.
Ha già in tasca la vittoria della serata cover con TonyPitony. A livello di testo – epifania da ultima serata – ha tanti rimandi a «Iodio» dei Bluvertigo (gran pezzo, 1995). Comunque andrà, il passaggio di Ditonellapiaga sul palco dell’Ariston, quest’anno, non è passato inosservato. Anzi.
Brano non banale, che forse passa più in sordina di quanto merita, pur non risultando memorabile.
Di delicati ricordi e nuove maturità. Anche lei è tra i candidati a una posizione molto alta in classifica. Interpretazione sempre centrata.
Quello di questa canzone è il miglior ritornello del Festival. Se i ritornelli valgono o varranno ancora qualcosa, non solo l’artista ligure è tra i candidati alla vittoria, ma è anche destinato a dominare in radio. Intanto, nel dubbio, porta la madre sul palco, dalla platea, e canta mano nella mano con lei. Dalla sala stampa riceverà di sicuro voti alti. Ma non solo.
Brano elegante, anche se non indimenticabile. Lei è invece sempre intensa.
In conferenza stampa, in mattinata, avevano celebrato la soddisfazione di essersi trovati artisticamente e umanamente. Altri candidati al podio, o giù di lì. Resta sempre quel senso di groppo in gola per l’inesorabile tristezza che trasmette il testo, comunque coraggioso.
Questo reggaeton alla lunga non convince troppo, ma non è escluso che la si senta per qualche mese con buona rotazione. Pure lui, alla fine, con la mamma sul palco.
Tante chicche nella canzone (melodia, testo). Non tutte all’insegna dell’immediatezza. Per orecchie che sanno cogliere le sfumature.
Brano educato e ben scritto, a partire dal primo ritornello in avanti. A sua volta dedicato a chi ha orecchie che vanno un po’ in profondità.
«E anche se poi te ne vai, Non ti scordare di me, di me, di noi, di noi» è l’outro del ritornello. Ed è la parte più bella della canzone, dal punto di vista melodico. Il resto è piuttosto anonimo. Quella parte è una delle migliori idee del Festival.
Dopo che ci ha duettato insieme somiglia sempre più a papà Gianni Morandi (ma, forse stasera in modo particolare, un po’, anche a Michele Bravi). Il suo tragitto al Festival è stato comunque all’insegna della personalità.
Molto classico, è in realtà tra i pezzi più trascurabili dei trenta di questo Festival, al di là dell’esecuzione all’insegna della grazia. Il frangente più interessante è quel micro ingresso di Mellotron Beatlesiano.
Scalzo sul palco con questo brano senza dubbio carino, e ormai – possiamo dire -cantato e interpretato “alla Dargen”. Perché con “Dove si balla” e “Onda alta” forma una sorta di trittico coerente. Quale, delle tre, la migliore?
“Tardi-Che non è più solo notte-Ma anche un po' mattina-Tardi che non mi addormento”. Mettere in scaletta questo brano a quest’ora, con questo testo… Ironia a parte, canzone non memorabile. Esibizione testosteronica.
L’ultimo momento leggero (ma affatto stupido) di questo Festival, per quanto concerne le esibizioni. Già dai primi ascolti aveva lasciato una buona impressione, che non muta all’una e venti dell’ultima serata. Bravi.
Look alla Gomorra e ballata strappalacrime, senza eccessiva ispirazione, per il sipario sulle esibizioni del Festival.